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Lo Straniero

(recensione del libro  "Lo Straniero", di Umberto Curi-Raffaello, Cortina editore 2010 pp. 174)

  

Il libro, introdotto da un brano-stimolo molto significativo tratto da “Lo Straniero” di Charles Baudelaire, ci parla fin dal principio, commentando tale testo, dello straniero come di un “detto oscuro”,  un enigma, fonte di inquietudine, un “altro” da addomesticare, ma non così facilmente riconducibile a noi. Domandando  infatti allo sconosciuto che cosa egli ami si scopre la sua estraneità rispetto a famiglia, amici, patria, bellezza, oro, pur appurando alla fine come egli ami le nuvole che passano laggiù e che sono meravigliose. Lo straniero, non riconducibile al noto, appare così in tutta la sua numinosità, fascinazione e ambivalenza.

 

E proprio all’ambivalenza, alla non possibilità di ridurre la complessità ad un facile dualismo, ricorre Curi in un’analisi tanto più utile quanto più ci troviamo di fronte a tempi ed uomini che tagliano con l’accetta i concetti.

Il discorso, solo apparentemente frammentato su capitoli diversi, è in realtà riconducibile ad una chiave interpretativa: quella dell’inquietante prossimità che contraddistingue il “perturbante“ insito nello straniero.

E’ così che l’autore  segue nella prima parte del libro il filo logico offerto da Sigmund Freud in due scritti molto importanti “Totem e tabù” e “Al di là del principio di piacere”, in cui il fondatore della psicanalisi esamina con grande ricchezza di particolari l’Unheimlich, parola tedesca in cui casa e non-casa si rapportano in una relazione di  complementarità, facendo notare con una ricca e affascinante analisi linguistica come tale ambiguità sia  ritrovabile nel termine greco  Xenos  e in quello latino Hostis.

 

Ed è proprio la presenza di un qualcosa di Xenos, anzi di una Xene (nella fattispecie la sacerdotessa Diotima), di cui viene messo in evidenza il particolare statuto di donna e straniera,  a risolvere con un colpo d’ala la problematica del Simposio platonico, così come  è sempre uno Straniero  a dipanare l’intrico dell’altro fondamentale dialogo platonico della vecchiaia, Il Sofista.

 

Il libro prosegue poi  esaminando  lo  scritto kantiano Progetto per una  pace perpetua  che Curi distingue nettamente dalla retorica pacifista del Settecento  ed in cui rileva la presenza complementare e necessaria di pace e giustizia. In tale opera non a caso Kant  dice molto chiaramente che l’ospitalità sul proprio territorio e l’abbandono dello spirito di rapina nei confronti degli altri è la condizione imprescindibile per raggiungere e mantenere la pace: questi aspetti insomma non sono solo imperativi etici ma veri e propri cardini di un nuovo ordine internazionale.

 

Ed è nel capitolo finale “Lo straniero che ci abita” che Curi, tramite una serie di notazioni molto dense e fortemente collegate su Camus, Derrida, esempi biblici e Marx, trae la sua conclusione di cui ci piace citare letteralmente alcune righe. Il libro era partito dal concetto di “perturbante” e ad esso ritorna avendo compiuto un’ampia circumnavigazione Dice l’autore in chiusura  “ Perturbante è ciò che scaturisce -e costantemente si alimenta- dall’inquietudine legata a questo vacillamento dei confini, alla loro mobilità e porosità, attraverso cui l’altro, l’esterno, ma anche lo spettro e la morte penetrano continuamente, attaccando ogni forma di identità a sé, dell’io, delle sue rappresentazioni, dei suoi saperi. Stranieri a noi stessi, altri nella nostra identità, identici nella nostra alterità. Xenoi.”

 

Il Grillo parlante